FESTIVAL DI FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA DIECI X DIECI | GONZAGA / LUZZARA

Centro Culturale Zavattini e Fondazione Un Paese
collaboreranno al
FESTIVAL DIECIXDIECI
festival di fotografia contemporanea
GONZAGA / LUZZARA
Mostre Incontri con gli autori e critici Letture Portfolio Eventi Bookshop

OPENING 28/30 settembre 2018 | MOSTRE fino al 7 ottobre
A breve sarà disponibile il programma completo del Festival.
scarica la locandina della rassegna 
www.festivaldiecixdieci.it
instagram @festival.diecixdieci

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EVENTO SPECIALE
domenica 3o settembre 
Luzzara | Centro storico e fiume Po, dalle ore 10.00
Luzzara, UN PAESE. 
Itinerario sui luoghi della FOTOGRAFIA 

VISITA GUIDATA con il fotografo MICHELE CERA 
vedi: lab – Laboratorio di fotografia, architettura e paesaggio
Partenza del percorso: Comune di Luzzara, via Avanzi 1 (disponibile parcheggio)
evento gratuito su prenotazione
vedi gli ITINERARI FOTOGRAFICI

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ANTICIPAZIONI / in mostra a Luzzara

Teatro Sociale di Luzzara | Piazza Tedeschi
WORKFORCE
di Michele Borzoni

WORKFORCE è un ambizioso progetto che racconta i cambiamenti nel mondo del lavoro in Italia nel quadro della recente recessione economica mondiale.
A causa delle sue debolezze strutturali, l’Italia è uno degli Stati membri dell’Unione europea colpiti maggiormente dalla crisi economica. Dalla forte contrazione registrata nel 2009, l’economia italiana non ha mostrato una chiara tendenza di ripresa. Circa 3,5 milioni di posti di lavoro sono stati persi dal 2008 e il tasso di disoccupazione del paese è salito da 6,7 ​​a 11,9 per cento.
Nel progetto l’Italia viene presa come caso-studio che illustra non solo gli effetti della crisi economica sul lavoro, ma anche come la crisi abbia notevolmente accelerato una serie di cambiamenti che sono stati rilevabili in tutta l’Unione per decenni. Questi includono la crescente insicurezza del lavoro, il deterioramento del vecchio settore manifatturiero, il costante aumento del settore dei servizi, l’automazione della produzione e dei servizi, le sfide della produzione locale prodotte da un’economia globalizzata e l’impatto degli intensi flussi migratori dai paesi in via di sviluppo.
Workforce è un progetto iniziato nel 2014 ed è diviso nei seguenti capitoli: Concorsi pubblici, Aste fallimentari, Call center, Centri logistici, Industria tessile cinese, Lavoratori stagionali, Picchetti sindacali, Industria 4.0, Aziende recuperate

Industria tessile cinese a Prato 
La città di Prato è la capitale storica dell’industria tessile italiana. Una volta in prima linea nel mercato tessile internazionale, il distretto tessile di Prato ha subito un forte collasso, per poi essere rianimato dalla più grande comunità cinese in Europa negli ultimi 20 anni. L’85% dei laboratori di Prato è ora di proprietà di imprenditori cinesi, molti dei quali non rispettano le normative di sicurezza sul lavoro. Frequente è la commistione tra ambienti di lavoro ed abitativo, anche se dopo Ia recente campagna di controlli effettuata dalle autorità, molte aziende hanno cominciato a regolarizzare gli spazi di lavoro.

// Michele Borzoni è nato nel 1979 a Firenze. Nel 2006 si diploma presso l’International Center of Photography in Documentary Photography and Photojournalism Program a New York. Durante il corso degli studi svolge un internship con Jonas Bendiksen/ Magnum Photos, e sempre nel 2006 partecipa all’Eddie Adams Workshop, Barnstorm XIX, NY. Vince il First Prize Yann Geffroy Award 2007 con il lavoro “Srebrenica, sete di giustizia” e la New York Times Scholarship for ICP students. Vincitore della Tierney Fel- lowship 2009 e del Primo Premio Singles People in the News del World Press Photo 2010. Nel 2012 viene selezionato dalla rivista statunitense PDN come uno dei “30 new and emerging photographers to watch”.
I suo lavori sono stati pubblicati su numerose testate italiane e internazionali, come: Newsweek, LeMonde Magazine, Geo, Io Donna, D La Repubblica delle Donne, Vanity Fair, Time, International Herald Tribune, Sette Corriere della Sera, Mare, Internazionale, IL, L’Espresso, etc.
Membro fondatore del collettivo di fotografia TerraProject Photographers dal 2006, i suoi lavori sono stati esposti in Italia, Stati Uniti, Cina, e Brasile.

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Spazio CORRIERA | via Marconi 11
ULAN BATOR, MONGOLIA
di Alessandro Grassani

Progetto “Migranti ambientali: l’ultima illusione” 
La migrazione ambientale è un ordigno inesploso: in un futuro non troppo lontano l’intero pianeta dovrà affrontare il fardello economico e sociale delle sue conseguenze. Entro il 2050 almeno una persona su 45 sarà un migrante ambientale – tra 250 milioni ed un miliardo di persone in totale: oggi si contano già decine di milioni di persone (fonti: Organizzazione Mondiale delle Migrazioni e Nazioni Unite).
Il 90% di questi migranti vive in paesi in via di sviluppo e non “approderà” in nazioni più ricche, ma cercherà nuove fonti di reddito nelle aree urbane del proprio paese d’origine, già sovrappopolate e spesso estremamente povere.
Dal 2008, per la prima volta nella storia, vivono più persone nelle aree urbane che nelle zone rurali, e le città continueranno a crescere a causa dei cambiamenti climatici e per l’arrivo dei migranti ambientali (fonti: Organizzazione Mondiale delle Migrazioni e Nazioni Unite).

Sto svolgendo un progetto di lungo periodo su questo argomento poco esplorato ma incombente. La ricerca ha l’obiettivo di fornire uno sguardo sul peggioramento del nostro pianeta e delle nostre città, per comprendere le motivazioni personali che muovono la popolazione migratoria, per documentare e raccontare le sue storie e portare alla luce l’impatto sociale devastante della migrazione ambientale dalle aree rurali alle città.
Mongolia, Bangladesh, Kenya ed Haiti sono alcuni dei paesi maggiormente colpiti dal fenomeno della migrazione ambientale. Mi sono concentrato su queste aree geografiche per raccontare le diverse forme che i cambiamenti climatici possono assumere nel mondo. Nella mia storia ho utilizzato un pattern narrativo: in ogni paese raccolgo le storie di chi combatte contro le avversità ambientali nelle aree rurali e le raffronto con le storie dei migranti ambientali che vivono in condizioni disperate negli enormi slum delle capitali. Questo è il ground zero dei migranti ambientali oggi – una situazione che potrà solo peggiorare nei prossimi anni.

In questa mostra presento il capitolo del mio progetto dedicato alla Mongolia.

MONGOLIA: un paese tre volte più esteso della Francia, conta 3 milioni di abitanti. Quasi metà di essi vivono gli uni sugli altri nella capitale Ulan Bator, che ha più di 1,2 milioni di persone. Metà della popolazione urbana abita negli slum che si sono sviluppati intorno alla città, conosciuti come “quartieri yurta” dal nome delle tende tradizionali mongole che i mandriani delle steppe portano con loro come unica proprietà.
La Mongolia è estremamente povera: il 20% della popolazione vive con 1,25 dollari al giorno ed il 30% soffre di malnutrizione.
I cambiamenti climatici stanno mettendo a dura prova una nazione già precaria, colpendone l’orgoglio e l’identità nazionale che si basa sullo stile di vita nomade. I mandriani hanno smesso di spostare le loro yurte per cercare nuovi pascoli: il duro inverno mongolo chiamato Dzud è sempre più lungo e nevoso e costringe migliaia di nomadi a migrare nella capitale dopo aver visto i loro animali dimagrire e poi morire di freddo (le temperature arrivano a – 50°C). Nel solo anno 2010, durante uno degli Dzud più duri, sono morti in mongolia più di 8 milioni di animali tra pecore, mucche, cavalli e cammelli e circa 20.000 mandriani non hanno avuto altra scelta che migrare verso Ulan Bator.
Le persone ritratte nelle fotografie hanno un destino comune: sono mandriane e mandriani costretti ad abbandonare le aree rurali ed isolate dove erano abituati a vivere. Sono arrivati nella capitale dopo una vita sui pascoli, non sono addestrati a svolgere alcun altro tipo di lavoro e per questo finiscono per vivere di stenti negli slum della città, che negli ultimi vent’anni è raddoppiata senza alcun tipo di pianificazione, fognature o elettricità.
Oltre agli slum ho passato molti giorni con la famiglia Tsamba che vive nella provincia centrale di Arkhangai. Gli Tsamba sono fuggiti da inverni durissimi che in tre anni hanno ucciso metà della mandria di famiglia, una volta composta da duemila capi: durante la mia visita hanno perso venti pecore in soli due giorni di freddo. Il cambiamento climatico lascia queste persone senza alcuna alternativa all’illusione di una vita migliore in città.

// Alessandro Grassani (1977) ha raccontato grandi eventi internazionali di news come i funerali di Yasser Arafat, lo sgombero dei Coloni israeliani dalla Striscia di Gaza, il terremoto che distrusse la città di Bam in Iran, l’operazione militare israeliana “Summer Rain”.  
Con il tempo la sua attenzione si è spostata verso una fotografia di approfondimento e di indagine su importanti tematiche sociali che l’hanno portato a viaggiare in oltre 30 Paesi; collabora, tra gli altri, con The New York Times, Sunday Times, time Magazine National e L’Espresso e organizzazioni come le Nazioni Unite, Doctors of the World, International Organization for Migration e UNOPS.
I suoi lavori sono stati esposti in festival e musei a livello internazionale come al Palazzo delle Nazione Unite, Museo de la Porte Dorèe a Parigi, International center for Climate Governance, Royal Geographic Society di Londra, Visa Pour l’Image a Perpignan.
E’ stato premiato, tra gli altri, al Sony World Photography Awards, Days Japan International Awards, Luis Valtuena Humanitarian Photography Award, Premio Marco Luchetta e Premio Amilcare Ponchielli.
Negli ultimi anni il suo lavoro si è concentrato principalmente su progetti documentari a lungo termine in cui esplora le conseguenze del cambiamento climatico e le loro conseguenze sulla società globale.

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Teatro Sociale di Luzzara | Piazza Tedeschi
MADE IN KOREA
di Filippo Venturi
Progetto vincitore della call for entry 2018

Fino agli anni ’60 la Corea del Sud era un paese povero e arretrato.
In meno di mezzo secolo è diventato uno dei paesi più moderni al mondo.
La rincorsa alla modernità e al progresso è stata realizzata imponendo alla società uno smisurato senso della competizione, nella ricerca della perfezione dal punto di vista scolastico, professionale ed estetico.

Nel rapido raggiungimento della modernità rientra una forte diffusione della tecnologia, al punto da ritenere che la Corea del Sud sia 5 anni più avanti al resto del mondo in ambito tecnologico. La multinazionale coreana Samsung, la più grande azienda di tecnologia informatica al mondo, è arrivata a costituire da sola il 20% del PIL nazionale.
I giovani si trovano a crescere avendo in mente gli stessi ideali e passando per tappe obbligatorie: i migliori voti per accedere ai migliori istituti che consentiranno di arrivare ai migliori lavori. Non è un caso che l’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, abbia esortato più volte gli americani a seguire l’esempio coreano dove il 98% dei ragazzi tra i 25 e i 34 anni è almeno diplomato e circa il 60% laureato.

Al tempo stesso sono richiesti modelli estetici senza identità, raggiunti comunemente con la chirurgia plastica; il paese è famoso per avere il maggior numero di interventi al mondo; non c’è giovane che non abbia fatto almeno quelli indicati come “base”: occhi e naso all’occidentale. Il paese spinge i giovani verso una standardizzazione straniante e surreale, l’esatto contrario di quanto avviene in molti paesi occidentali, dove il successo è raggiunto distinguendosi dalla massa.
Gli effetti collaterali di questa rapida evoluzione sociale, scolastica, economica, estetica e tecnologica, raggiunta attraverso un forte senso della rivalità, sono la dipendenza da internet e dalla tecnologia, l’isolamento sociale e lo stress, a volte così forte da sfociare nell’alcolismo e addirittura nel suicidio (il Paese è tra i primi posti nella classifica mondiale dei suicidi: 43 al giorno).

// Filippo Venturi (Cesena, 1980) è un fotografo documentarista. Collabora con magazine e quotidiani come The Washington Post, Financial Times, Vanity Fair, Die Zeit, Internazionale, La Stampa, Geo, Marie Claire, Gente, D di Repubblica, Io Donna del Corriere della Sera.
Da 3 anni si dedica a un progetto a lungo termine sulla penisola coreana, che è stato premiato con il Sony World Photography Awards, il LensCulture Emerging Talent Awards, il Premio Il Reportage, il Premio Voglino e si è aggiudicato il Portfolio Italia – Gran Premio Hasselblad.
I suoi lavori sono stati esposti in musei e gallerie in Italia e all’estero, fra i quali il Foro Boario di Modena come “Nuovo Talento” di Fondazione Fotografia Modena, al MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma, alla Somerset House di Londra, allo U Space di Pechino, alla Willy Brandt Haus di Berlino, al Kaunas Photo Festival in Lituania e al Sony Square di New York City. Nel 2017 è stato inviato di Vanity Fair in Corea del Nord. Nel 2018 è Testimonial per Fujifilm.

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Una collaborazione nel segno di
LUZZARA | la fotografia
in collaborazione con Collettivo CF35 Luzzara
vai alla pagina facebook del COLLETTIVO CF35

per informazioni
CENTRO CULTURALE ZAVATTINI
viale Filippini 35 | 42045 Luzzara RE
t. 0522 977612 | info@fondazioneunpaese.org