sabato 22 novembre 2025
Centro Culturale Zavattini | ore 17.30
MARIO CRESCI
SEGNI MIGRANTI.
Una storia
Lecture di Mario Cresci, maestro della fotografia italiana, tra i più noti e apprezzati fotografi del panorama internazionale.
“Un paese – Nel 1968 ebbi la fortuna di essere presentato da Luigi Crocenzi, un amico comune, a Zavattini che mi accolse nella sua casa di Roma con un ampio sorriso sul volto, dall’alto di un grande corpo e alle spalle una parete con tanti piccoli dipinti da lui disposti a quadreria. Un’accoglienza che ho sempre ricordato con piacere, nella suggestione del suo testo per Strand, la fotografia, Luzzara e soprattutto per le due sceneggiature Ladri di biciclette e Miracolo a Milano di Vittorio De Sica delle quali mi parlò lungamente.
Quando gli chiesi quale tipo di rapporto intendesse tra il linguaggio del cinema e quello della fotografia e come entrambi attingessero alla letteratura e infine alla creazione della sceneggiatura, mi rispose che li sentiva distanti tra loro nella prassi ma più allineati a livello teorico. Aspetti che avrei discusso molti anni dopo con Goffredo Fofi, prendendo appunti che confrontai con quelli che avevo conservato dal colloquio con Zavattini. Erano simili tra loro. Due straordinari maestri, che ho avuto la fortuna di conoscere e che amavano comunicare agli altri i loro pensieri. In tal senso nel 1980 chiesi a Goffredo una presentazione per una mia mostra che si tenne a Torino, L’archivio della memoria, fotografia nell’area meridionale 1967/1980.”
Mario Cresci
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Per questo incontro a Luzzara, scelgo una breve parte di quel testo per agevolare la comprensione del mio lavoro nei vent’anni di ricerche fotografiche sulla cultura materiale tra Basilicata e Puglia:
«… Cresci ci invita a un viaggio dentro il Sud: ma il percorso non è geografico … dentro vuol dire dentro, un dentro intimo, quasi fermo, luogo di fortissime persistenze e trasformazioni lentissime. Dentro una cultura. Più in particolare (poiché il dentro è fatto di particolari significanti da scoprire), è questo infine lo scopo del viaggio: noi esploriamo immagini e il peso delle immagini dentro una cultura. La macchina fotografica produce immagini, in scatola, ammassa, archivia immagini che sono memoria e presenza. Rare volte questa funzione è stata così esplicita e così profonda come in queste foto. Il viaggio è anche un viaggio dentro alle immagini, a sondare le più riposte corrispondenze tra le immagini e quanto dall’immagine – apparente evidenza – può nascere».
A seguire, nelle pagine del catalogo della mostra, avevo scritto ciò che pensavo della fotografia come atto del vedere, nel Sud: «…Davanti alla realtà non mi sono mai illuso di lasciare il mio segno definitivo … preferisco l’inconscio effimero, la consapevolezza della vita e della morte come due elementi indissolubili, per cui le immagini non sono altro che la trasformazione di eventi che si trascinano gli attimi della vita che scorre. La fotografia di per sé registra e stravolge la realtà, è quindi essa stessa effimera, si cancella persino fisicamente con il passare del tempo … Mi interessa comunicare, oltre alle immagini, un metodo di lavoro, un comportamento, un modello operativo aperto agli altri saperi per una fotografia che continui a nutrirsi di conoscenza e creatività e del desiderio di una continua sperimentazione non più separata dalle arti, ma essa stessa forma d’arte».
Negli anni Novanta inizia a Bergamo la mia second life in cui l’uso della fotografia si separa lentamente dal fotografico puro per entrare nel merito delle ricerche d’arte. Arrivano gli anni Duemila e con l’avvento del digitale, chiudo felicemente la camera oscura e vivo i miei progetti alla luce di una camera chiara, sapendo bene che sarà un problema usare la parola “fotografia” a fronte di un sistema immateriale formato da numeri e non più da uno storico processo chimico che ha segnato per molti anni la mia attività di fotografo.
Potremo discutere di un ulteriore cambiamento epocale alla luce di un nuovo orizzonte che riguarda oggi l’intelligenza artificiale che sta avanzando velocemente in tutto il mondo, dentro alla produzione di immagini. Tutto dipende da come lo si guarda il mondo, dal quel piccolo mirino della macchina fotografica, sia essa analogica o digitale. Siamo sempre noi, in fondo, i responsabili delle nostre immagini. Scienza o non scienza.
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Mario Cresci (Chiavari, 1942). È tra i primi in Italia della sua generazione ad applicare e coniugare la cultura del progetto alle sperimentazioni sui linguaggi visivi.
La sua complessa opera affonda le proprie radici in studi multidisciplinari a partire dal 1964, anno in cui inizia a frequentare il Corso Superiore di Disegno Industriale a Venezia. Nel 1968 si trasferisce a Roma dove entra in contatto con Pascali, Mattiacci e Kounellis. Fotografa Boetti e il gruppo dell’arte povera torinese durante l’allestimento della mostra Il percorso, a cura di Mara Coccia presso lo Studio Arco d’Alibert. Nel 1969, presso la Galleria Il Diaframma di Milano, progetta e realizza il primo Environnement fotografico in Europa, nel nome del dualismo tra ricchezza e povertà.
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Premio Niépce per l’Italia nel 1967, prende parte a diverse edizioni della Biennale di Venezia (1970, 1978, 1993, 1995).
Dal 1974, alcune sue fotografie, insieme a quelle di Luigi Ghirri, fanno parte della collezione del MoMA di New York.
A partire dagli anni Settanta ibrida lo studio del linguaggio fotografico e la cultura del progetto con l’interesse per l’antropologia culturale, realizzando in Basilicata progetti centrali per lo sviluppo della fotografia in Italia, tra cui ricordiamo il libro Matera, immagini e documenti del 1975.
È autore di opere multiformi caratterizzate da una libertà di ricerca che attraversa il disegno, la fotografia, l’esperienza video, l’installazione. Varie sono le tematiche e le sperimentazioni sviluppate nelle sue opere nel corso degli anni: dagli slittamenti di senso, alle variazioni, dalle analogie al rapporto con il paesaggio e i luoghi dell’arte – come nelle opere site-specific che appartengono alle ricerche degli ultimi anni, nate proprio grazie al confronto organico con determinati luoghi e le loro peculiarità storiche, culturali ed estetiche –. Per Cresci, infatti, la fotografia non è mai fine a se stessa, autosufficiente e singolare, ma è sempre parte di un racconto per immagini capace di coniugare conoscenza e bellezza, ricerca sul campo ed emozione visiva.
La rifondazione del senso del paesaggio e della costruzione dell’immagine fotografica lo porta a essere uno degli autori cardine del progetto Viaggio in Italia che Luigi Ghirri organizza ed espone alla Pinacoteca Provinciale di Bari nel 1984.
Tra le più importanti esposizioni si ricordano: nel 2004 la mostra antologica Le case della Fotografia, 1966-2003 presso la Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino; tra 2010 e 2012 il progetto itinerante di Forse Fotografia presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna, l’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma e Palazzo Lanfranchi di Matera; nel 2014 la mostra Ex-post. Orizzonti momentanei al Museo d’Arte di Gallarate; nel 2016 le due mostre In aliam figuram mutare al Castello Sforzesco di Milano e Mario Cresci. Ri-Creazioni presso Camera a Torino e nel 2017 La fotografia del no alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, dove espone cinquant’anni di lavoro orientando il percorso della mostra sulla lettura di alcune delle principali tematiche che accomunano gran parte dei suoi progetti. L’anno 2023 trova Cresci impegnato nella rilettura del suo lavoro attraverso focus specifici raccontati in due ampie mostre: L’esorcismo del tempo, 1970-1980 al MAXXI di Roma (catalogo Contrastobook) e Colorland, 1975-1983 al Monastero di Astino per la Fondazione MIA di Bergamo (catalogo Electa).Ha pubblicato numerosi saggi e articoli, in particolare per l’inserto cultura de “Il Sole 24 Ore”. Ampia e articolata è la sua produzione di libri e più in generale di contributi, anche teorici, sulla fotografia e la comunicazione visiva. Nel 2019 ha pubblicato Segni migranti.Storie di grafica e fotografia, un compendio della sua ricerca e premiato come Livre Historique ai Les Rencontres de la Photographie 2020 di Arles. Nel 2022 per Mimesis Edizioni pubblica Matrici. L’incertezza del vero, dove sperimenta la coesistenza tra scrittura e immagine: 80 scaraboti che ri-disegnano fotografie realizzate dalla fine degli anni Sessanta ad oggi. Vive e lavora a Bergamo.
Dal 2018 Mario Cresci è rappresentato dalla Galleria Matèria di Roma per l’Italia; dal 2025 si unisce la Large Glass Gallery di Londra. Nel 2023 viene costituito l’Archivio d’artista Mario Cresci, a Bergamo, tutore di tutto il lavoro dell’artista.
vedi il sito di Mario Cresci
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un evento di
ITALIA MIA
riflessioni sul paese
incontri, visioni, letture
in occasione del settantesimo anniversario della pubblicazione di Un paese
Nel settantenario della pubblicazione di Un paese (1955), opera seminale di Paul Strand e Cesare Zavattini, con ITALIA MIA | riflessioni sul paese (20 settembre – 6 dicembre 2025) Fondazione Un Paese promuove un ciclo di incontri con fotografi, artisti, scrittori, antropologi e poeti, invitati a riflettere sul concetto di paese.
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una rassegna promossa da
Fondazione Un Paese
partner istituzionali
Comune di Luzzara | SABAR
con il patrocinio di
Unione dei Comuni Bassa Reggiana | Terre di Po e dei Gonzaga | Osservatorio del Paesaggio Bassa Reggiana | Visit Emilia
main partner
KION group | SIMOL
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per informazioni
t. 0522 977612 | info@fondazioneunpaese.org