Qualche tempo fa, nel bel saggio introduttivo del loro libro, la raccolta di interventi Cinenotizie in poesia e prosa. Zavattini e la non-fiction, Paolo Vecchi e Tullio Masoni riflettevano su quello che a loro modo di vedere era uno degli aspetti più affascinanti del "grande luzzarese", la sua incompiutezza. Se infatti - scrivevano - imponente è il corpus zavattiniano, ancor più cospicua risulta la mole di appunti, idee, suggerimenti insomma, esche lasciate ai posteri e frammenti di discorso, estraibili anche tra le pieghe del già edito, del già realizzato. E si chiedevano per chissà quanto la cultura italiana avrebbe avvertito sotto la sua superficie il vagare di questi messaggi in bottiglia disseminati nel tempo; e se e quanto, per fortuna più che per merito, li avrebbe visti periodicamente riaffiorare, magari con differenti etichette o colori del vetro.
Senza volerci qui soffermare sulla sostanza del loro discorso, che trattava principalmente gli aspetti legati alla straordinaria e febbrile esperienza dei cinegiornali liberi, questa riuscita metafora ci sembra la più adatta a rappresentare la sostanza stessa della (ri)scoperta del Fondo Cesare Zavattini, l’enorme patrimonio librario donato da Cesare a Luzzara che è letteralmente riemerso nel 2007, dopo la risistemazione degli spazi e dei locali della Biblioteca, proprio come uno di quei messaggi in bottiglia.
Si tratta, per il momento, in quanto non è ancora finito il lavoro di ricerca e studio nel magazzino della biblioteca, di circa 2200 libri, dei quali quasi la metà riportano la dedica dell’autore a Zavattini. Il primo nucleo del fondo, inserito e identificabile nel catalogo interno della biblioteca, è stato collocato in apposite scaffalature e messo a disposizione per la sola consultazione. Si sapeva dell’esistenza di questa donazione, ma non si sospettava che il suo valore effettivo fosse di tale portata: ci siamo insomma trovati fra le mani dei veri e propri documenti che testimoniano e possono illuminare, attraverso un’ennesima, più attenta analisi delle dediche e delle annotazioni dello stesso Za, i rapporti tra il nostro e le centinaia di scrittori e poeti del secolo scorso, italiani e stranieri.
Riportiamo di seguito alcuni passaggi dell’inserto speciale che La Repubblica aveva dedicato al Fondo Cesare Zavattini, articolo che conteneva le prime riflessioni sull’importanza e il valore di questo lascito.
LUZZARA. Salvatore Quasimodo ha scritto la dedica con il pennino intinto nel calamaio. “A Zavattini con molto affetto il tuo Quasimodo. Agosto 1938”. I bibliofili farebbero pazzie per questo libro con copertina ricoperta di stoffa color bordeaux scuro: “Edizione su carta speciale in trenta esemplari numerati da 1 a30”. Quella inviata all’amico di Luzzara è la numero 6.
Umberto Eco invia il 5 gennaio 1977 una riedizione di Opera aperta. Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee. “A Zavattini - scrive nella dedica - in dono per il mio quarantacinquesimo compleanno, a lui sempre più giovane di tutti noi”. Anche Italo Calvino, nel 1957, regala una copia de Il barone rampante: “A Zavattini, dal suo aff. mo Calvino”.
Prendendo in mano questi libri, si può comprendere quale fosse il legame fra Zavattini e Luzzara. Era un direttore editoriale, conosceva benissimo il valore di un libro pubblicato in trenta copie e autografato da Quasimodo. Ma voleva che la sua gente potesse avere la possibilità di leggere i libri che per lui erano stati importanti. Ha cominciato a mandarli a metà degli anni Cinquanta, quando a Luzzara si faceva ancora la fame e i libri erano un lusso per pochi, e ha continuato per il resto della vita.
L’armadio dei libri con dedica è una miniera. Gianni Brera manda il romanzo Il mio vescovo e le animalesse dove si racconta di “un incesto, un parricidio, un caso di palese poligamia…”. “A don Cesare - riporta la dedica - con la giuliva coscienza del cavedano che s’inchina allo storione; e molto affetto, Giouan Brera, 13-1-84”.
Il primo libro inviato da Sibilla Aleramo è Anadando e stando, “edito a Roma nell’estate dell’anno 1942 - XX”, ed è una ristampa del testo di vent’anni prima, “con pagine scritte nel tempo successivo non mai raccolte in volume”. “A Cesare Zavattini l’amica Sibilla Aleramo”. I tempi cambiano, gli anni non si scrivono più con i numeri romani e nel novembre 1956 la scrittrice invia Luci della mia sera,pubblicato dagli Editori Riuniti: “A Cesare Zavattini - questa l’ultima dedica - all’amico geniale e al suo grande cuore, l’ottuagenaria Sibilla Aleramo”. (…)
Altri messaggi sono un abbraccio. Ignazio Buttitta, autore di Io faccio il poeta, scrive “al compagno, amico, fratello Cesare, che tutto quello che vede ne fa pane per gli altri”.
Legge di tutto Zavattini, ma appunti e note riguardano soprattutto la storia e la politica. Chiosa a lungo un libro di Alberto Asor Rosa: Thomas Mann o dell’ambiguità. “La borghesia intiera - scrive il professore - come principio di una superiore civiltà spirituale, si condanna con le sue mani nella figura del suo più illustre rappresentante, l’artista”. Zavattini non ne è convinto e scrive: “Ma è vero che la borghesia in effetti demanda all’artista una sua superiorità?”. E quando Asor Rosa ricorda che volgarità è parola frequente negli scritti di Mann, Zavattini fulmineo annota “W la volgarità!”.
Luigi Longo e Vittorio Vivaldi gli inviano i loro libri. Pietro Ingrao, sotto il titolo di Masse e potere, scrive “al carissimo amico Cesare”: “Francamente sarei molto contento se qualche pagina di questo libro gli piacesse un poco, e se no pregandolo che perdoni alla buona volontà”. Ringraziamenti da tutto il mondo arrivano per l’impegno politico di Zavattini, ad esempio “per l’aiuto in favore degli amici democratici catalani”.
La politica (anche se non era iscritto a nessun partito) lo appassiona davvero. Legge, sottolinea, commenta come uno studente prima dell’esame un saggio di Domenico Carella, Fascismo prima, fascismo dopo del 1973. “L’uomo di oggi - scrive il Carella - appare come un animale d’armento. Almeno così lo ritraggono i collettivisti: va quindi, secondo loro, coltivato, diretto, guidato. Va soprattutto, organizzato”. L’uomo che per la prima volta, provocatoriamente, disse cazzo alla radio, con l’inchiostro rosso scrive un commento lapidario e altrettanto sintetico: “Stronzo!”.
(Jenner Meletti, Zavattini, la biblioteca segreta,La Repubblica, domenica 11 giugno 2006)