"A definire in modo esauriente la pittura naïve secondo me c’è riuscito chi è stato meno restrittivo. Io non sono mai caduto nel tranello di idoleggiare l’arte naïve chiudendola, ma ho sempre cercato di far capire che lì c’era chi valeva uno, chi due, chi tre, chi cento, e a mano a mano che i valori crescono entrano nell’arte in generale, per cui ad un certo punto un quadro di un pittore naïf di valore è alla stessa altezza di un quadro di valore di altre definizioni".
 
"Contraddittorio - è di moda - una volta li accusavo che mancavano di riflessione e di responsabilità, poi li ho esaltati, e, acceso dalla mozione degli affetti, da retroguardia li ho promossi all'avanguardia; non più docili, ingenui, lirici, e lontani dalla haute patte e da qualsiasi tecnica implicante un confronto con il già espresso, non più frontali bensì intimamente provvisti di scorci di rabbia: cosicchè un loro placido paesaggio, invece di sopire, evoca dai quattro punti cardinali secolari proteste: scattiamo in piedi, anche se lo siamo, e si urla che non bisogna rinunciare a tanta bellezza e armonia e che devono esserci dei complotti di chi detiene il potere, dei pochi infine, per impedire ai molti di godere delle cose, verso le quali andiamo con impeto saraceno per impadronircene, prossime al punto che si trovano addirittura dentro di noi".
 
"Il naïfismo nasce da una carenza che lo fa essere movimento. La carenza del naïfismo, cioè il non riconoscimento di certe forme come le sole che dettino legge, è qualcosa di rivoluzionario pur nel suo difetto, pur nella sua ingenuità, pur nella sua speranza di creare qualche cosa al di  fuori delle strutture culturali dominanti. in un certo senso si può dire che il naïfismo apre la possibilità di un linguaggio e di una espressione di massa".
 
Cesare Zavattini
 
 
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